4WuZHVegXm1cjf7tl8WGMqKqxE0 LA FIAMMA DEL PECCATO

martedì 30 aprile 2013

Let's get western! Maratona a Williamsburg

Senza mezzi termini, ho trovato il mio locale preferito a New York.
Si tratta di Videology, pub/videoteca che ha allestito una meravigliosa saletta di proiezione per passare serate all'insegna del grande cinema. E ogni martedì sera Movie Trivia!
L'occasione per andare in questo nuovo luogo di culto (e di futuro pellegrinaggio da parte mia, già lo sento...) è stata la presentazione del western ultraindipendente Dead Man's Burden, diretto da Jared Moshe. Per attirare il pubblico Videology e il regista del film hanno organizzato una vera e propria maratona western, cominciata a mezzogiorno e terminata all'una di notte inoltrata. In sequenza sono stato proiettati:

Sentieri selvaggi (The Searchers, 1956) di John Ford
C'era una volta il West (Once Upon a Time in the West, 1968) di Sergio Leone
Il cavaliere della valle solitaria (Shane, 1953) di George Stevens
Winchester '73 (id., 1950) di Anthony Mann
Dead Man's Burden (2013) di Jared Moshe
Gli spietati (Unforgiven, 1992) di Clint Eastwood

Se un minimo come me siete appassionati di western, avreste ripercorso o quasi tutta la grande storia di questo genere. Moshe ha presentato ognuno di questi film e ha spiegato perché lo ha inserito nella lista. Alla fine del suo lungoemtraggio c'è stato poi anche il classico dibattito col publbico (purtroppo non troppo numeroso, ahimé...), in cui il regista ha spiegato che in realtà c'era anche un settimo film nella lista, Il mucchio selvaggio (The Wild Bunch, 1969) di Sam Peckinpah - e vorrei anche vedere!!! - ma che è stato costretto a tagliarlo per motivi di tempo.
Considerato che Gli spietati è fuori classifica perché lo amo troppo, il film che mi ha emozionato di più è stato Sentieri selvaggi: la Monument Valley come set viene adoperata da John Ford in maniera incredibile, e l'ultima inquadratura di Ethan Edwards/John Wayne che si allontana ripreso da dentro la casa ancora oggi da i brividi, ma brividi veri! Il più brioso e divertente è stato senza dubbio Winchester '73, una sceneggiatura pazzoide ma ritmata alla perfezione. Del film di Leone, come ogni volta che lo vedo, ho adorato il grandissimo Cheyenne di Jason Robards e la sensualità strabordante di Claudia Cardinale, una vera e propria dea in questo film.
Il culmine della serata per me è stato proprio alla fine, quando sono rimasto solo nella saletta a vedermi per l'ennesima volta Unforgiven. A un certo punto il barman è entrato e, come premio per la mia lungimiranza - unico spettatore a vedere l'intera maratona, vero ORGOGLIO NERD!!! - mi ha offerto popcorn e birra gratis!

Alla fine sono rientrato a casa che erano le due passate, vagamente stanchino e, non posso negarlo, anche soavemente brillo. Ma prima di tutto totalmente felice per essermi fatto questa scorpacciata di grandissimo cinema e di aver scoperto Videology.

P.S. - Dopo aver (ri)visto Il cavaliere della valle solitaria mi sono accorto che in realtà Il cavaliere pallido (Pale Rider, 1985) di Eastwood ne è un remake non dichiarato. O lo è? In tal caso proprio non lo sapevo...






domenica 28 aprile 2013

Clint e l'ultima beffa del Tribeca



Il Tribeca Film Festival è terminato, e state pur certi che non ne sentirò la mancanza.
Qualità dei film piuttosto scarsa, a parte i pochi che vi ho segnalato nei post dei giorni scorsi. Possibilità di ottenere interviste praticamente nulla, se non partecipando alla baraonda dei red carpet, il che significa di solito spintonare i colleghi, ottenere riprese audio e sonoro non ottimali e parlare con attori e registi per pochi, confusi secondi.
Poi, soprattutto, per fare un red carpet bisogna essere intraprendenti, briosi e avere un minimo di faccia tosta, qualità che a me mancano del tutto.
Dal momento che il tappeto rosso di ieri pomeriggio sarebbe stato attraversato da un certo Clint Eastwood, mi sono forzato a chiedere di poter partecipare. Quando la mail di risposta con la disponibilità è arrivata solo cinque minuti dopo la mia richiesta avrei già dovuto insospettirmi. Come mai la stessa organizzazione festivaliera che mi ha concesso soltanto un'intervista in tutta la kermesse mi lascia poi andare all'evento più prestigioso? L'avrei scoperto il mattino dopo, a mie spese...
Check-in della stampa alle 13:00, poi tre quarti d'ora per aspettare che i talent inizino a percorrere il tappeto rosso e fermarsi per le interviste. Io, come da prassi, arrivo alle 12:40, e vi assicuro che per i miei standard è un anticipo anche contenuto...
Mi assegnano il mio posticino dietro la balaustra bianca, accanto a una coppia di colleghi israeliani con cui iniziamo una bella chiecchierata su Clint Eastwood, Darren Aronofski (entrambi devono partecipare a questo incontro col pubblico) e il loro cinema. Man mano che si avvicina l'ora dei primi arrivi comincio a essere più teso, non avendo mai fatto questo tipo di interviste d'assalto, diciamo così. Ricontrollo dieci volte il mio iPad per fare il video, ripasso le domande da fare ai due cineasti ed evetuali "generiche" per altre possibili celebrità che si fermeranno a chiacchierare con noi. Inizio ad essere talmente nervoso che quando arriva la notizia che si tarderà qualche minuto sono quasi sollevato. Anche se è quasi un'ora che sto fermo in piedi e la schiena comincia a scricchiolare. Sapete, non sono più un ventenne. E comunque mi scricchiolava già a quell'età...
Un altro indizio che mi avrebbe dovuto far capire che tutto sarebbe andato storto è che sul red carpet ieri di giornalisti ce n'erano davvero pochini: almeno metà del corridoio era vuoto, e noi eravamo stati spostati e ammassati tutti nella prima parte. Un collega mi ha giustamente fatto notare che il festival stava finendo, e per di più si trattava di un bel sabato di sole. Perché passarlo ad aspettare ore per fare se va bene due minuti d'intervista? Domanda tutt'altro che retorica...

Alle 14:00 circa una delle assitenti dell'ufficio stampa del Tribeca ci viene a dire che Mr. Eastwood arriverà probabilmente verso le 15:00 (!!!) e non è sicuro si fermi a fare né le interviste né il photocall, visto il ritardo.
Bene. Perfetto.
Io comunque decido di aspettare, perché anche una frase scambiata al volo con una leggenda come lui merita il sacrificio, almeno per me. L'ho già incontrato lo scorso settembre quando ha presentato Trouble With the Curve, e posso assicurarvi che è così.
Però un conto è non fermarsi con la stampa, un conto è sbucare all'improvviso da una porta di servizio e percorrere di corsa il red carpet. Questo è successo verso le 14:50, quando Clint Eastwood, accompagnato da pochi membri dello staff, ha non troppo simpaticamente snobbato chi stava in piedi da circa due ore ad aspettare di incontrarlo. Per carità, niente di tragico, in questo mestiere sono cose che capitano. Alla fine l'unica cosa che sono riuscito a fare sono le due fotografie che vedete in questo post.
Passato Eastwood in maniera così repentina (prego leggere la frase con una punta di sarcasmo...), molti colleghi si sono diretti a protestare con le publicist, che si rimpicciolivano piuttosto imbarazzate e adducevano la scusa che, visto il tremendo ritardo, Clint proprio non poteva fermarsi.
- Ma almeno Darren Aronofski? Chiede una giornalista.
- Dovrebbe arrivare tra circa mezz'ora...
- E Eastwood allora non poteva fermarsi se comunque doveva aspettare Aronofski?
Silenzio imbarazzato
- Ma Darren si fermerà a parlare coi giornalisti?
- Non posso assicurarvelo...
Di sicuro con me Darren non avrebbe parlato. Non ho neppure lasciato che la ragazza finisse la frase: ero già diretto verso la metro.
Questo è stato l'ultimo atto di diceci giorni di tribeca Film Festival.
Speriamo nel prossimo anno. Perché tanto, già lo so, io ci ricascherò e parteciperò entusiasta...






giovedì 25 aprile 2013

Tribeca Day 8 - Ancora delusioni a New York...

Se nei giorni scorsi il Tribeca Film Festival aveva messo in programma film in cui bastavano in fondo le interpretazioni di alcuni ottimi attori a tenere a galla le sorti dei loro rispettivi lungometraggi, la giornata di oggi ci ha invece proposto prodotti che neppure nomi piuttosto altisonanti sono riusciti a salvare dalla bocciatura.

The English Teacher di Craig Zisk avrebbe potuto essere un altro piccolo ritratto al vetriolo sul sistema scolastico americano, magari sulla scia comica di Bad Teacher, e invece si dipana come un'operetta moraleggiante e piena di caratteri banali. Julianne Moore come protagonista è imprigionata in un personaggio che abbiamo visto così carastterizzato centinaia di volte, con tanto di catarsi finale alla camomilla. Accanto a lei Greg Kinnear, Michael Angarano, Lily Collins e un Nathan Lane che ancora una volta scimmiotta se stesso. La monotonia delle situazioni e dello sviluppo narrativo sprofondano ben presto il film nella noia, da dove ahimé non si risolleva mai.


Tanto meglio non è andata con A Single Shot di David M. Rosenthal, thriller di provincia che mescola nella trama e nei toni Un gelido inverno, Non è un paese per vecchi e Soldi sporchi, piccolo grande gioiello semidimenticato di Sam Raimi. L'eccessiva lentenzza a verbosità delle scene impantanano il film in un ritmo a tratti abbastanza insostenibile, che affievolisce anche i momenti che avrebbero dovuto essere più tesi. Si arriva così allo showdown finale in maniera prevedibile e stanca. Il cast è ancora più impressionante di The English Teacher: in A Single Shot troviamo infatti Sam Rockwell, Kelly Reilly, Jason Isaacs, William H. Macy, Jeffrey Wright, Ophelia Lovibond e Ted Levine. Ognuno di questi talentuosi attori ha dato il meglio altrove, non certo in questo film sfilacciato e lentissimo.

mercoledì 24 aprile 2013

Tribeca Day 7 - Rumble em', young man, rumble em'!


Un solo documentario visto oggi al Tribeca Film Festival, ma di quelli che lasciano il segno. Eccome se lo lasciano.
Diretto da Bill Siegel, The Trials of Muhammad Ali racconta principalmente la battaglia legale del pugile afroamericano contro il governo americano in seguito al suo rifiuto verso l'obbligo del servizio militare che nel 1967 lo avrebbe spedito a combattere in Vietnam. Arrestato, non incarcerato, Ali si vide togliere lo scettro di campione del mondo dei pesi massimi vinto contro Sonny Liston nel 1964 e non potè combattere per ben quattro anni, proprio nel momento migliore della sua carriera.
La forza di questo documentario sta nel descrivere con pienezza un momento storico in cui la lotta per i diritti civili degli afroamericani era nel suo momento culminante. L'adesione di Ali all'islamismo, la sua amicizia e comunione di vedute con Malcolm X, che poi "abbandonerà" dopo l'allontanamento di quest'ultimo dalla dottrina di Elijah Mohammed. Per una volta il lato sportivo della vita di Muhammad Ali è tenuto in secondo piano, anche se ovviamente presente. Il campione viene raccontato come figura fondamentale di un movimento di liberazione e presa di coscienza che ha segnato un momento di svolta fondamentale nella società civile statunitense.
Non siamo ai livelli di Quando eravamo re di Leon Gast - quel documantario sportivo è praticamente inarrivabile a mio avviso, e comunque era incentrato su un'altro aspetto della figura del campione - ma The Trials of Muhammad Ali rappresenta un altro tassello importante per conoscere o/e ricordare una delle figure più importanti del XX secolo, un esempio di come lo sport possa trascendere il mero significato della competizione per diventare simbolo di molto, molto altro.
Ho trovato questo bell'omaggio ad Ali su YouTube. Gustatevelo.



martedì 23 aprile 2013

Tribeca Day 6 - Un giorno di musica e basket.

Piccola ma gradita sorpresa musicale quella che mi è arrivata oggi da Greetings from Tim Buckley. Mi aspettavo un biopic sulla vita e la tragica fine del cantante Jeff Buckley e invece mi sono trovato di fronte a un film intimo, il quale più di una storia precisa racconta il filo ideale ed emotivo che legava il ragazzo a suo padre Tim, anche lui famoso autore musicale. La New York degli anni '90 ricostruita sapientemente con poche, malinconiche pennellate dal regista Daniel Algrand. Un carattere schivo ma pieno di energia, il rapporto conflittuale con un genitore famoso ma assente, praticamente mai incontrato, morto tra l'altro anch'egli giovanissimo. Il senso di mancanza sommesso ma inarrestabile: questo racconta Greetings From Tim Buckley, costruito anche attraverso sapienti flashback che tratteggiano in maniera limpida alnche il carattere fragile e aperto di Tim. Film di rimandi, con una trama finissima ma non superficiale, costruita a un concerto/commemorazione della musica di Tim Buckley. Bravo il protagonista Penn Padgley (Gossip Girl in TV, Margin Call) a disegnare la vita interiore di Jeff con pochi tratti e molti silenzi. Bella e ariosa la sua partner Imogen Poots (Fright Night, A Late Quartet).  Su tutto però la bellissima musica dei due cantautori, capace di andare dritta la cuore dello spettatore.

Il sogno americano possiede una grande verità: se non hai le doti necessarie per prendertelo e soprattutto gestirlo, può tramutarsi in un incubo in men che non si dica. Questo racconta in sintesi il bel documentario Lenny Cooke, incentrato su un giovane giocatore di basket che al liceo era quotato più di qualsiasi altro ragazzo negli Stati Uniti, più di coetanei quali Carmelo Anthony e "The Chosen One" LeBron James, che oggi sono star dell'NBA e guadagnano valanghe di bigliettoni versi. Una situazione familiare disagiata, la fretta di accaparrare tutto e subito, l'allucinazione dei dollari ottenuti solo col talento, ed ecco che al draft che avrebbe dovuto vederlo protagonista Lenny Cooke si è invece visto clamorosamente scartato, finendo a giocare in università anonime e con una carriera miserrima. A trent'anni Cooke ha problemi di denaro, di peso e vive soprattutto col tremendo rimpianto di aver gettato via un talento che avrebbe potuto fruttagli tutto. Diretto da Ben e Joshua Safdie, Lenny Cooke è uno ritratto impietoso ma sincero di un uomo debole, incapace di gestire le situazioni. La metafora è magari anche un po' troppo scoperta, ma l'eficacia delle immagini è indubbia: la festa per il 30mo compleanno di Lenny, celebrata dentro una casa/baracca con bicchieri di plastica e dolci da pochi dollari è un momento decisamente toccante. Per chi come me vive di basket ed è interessato anche ai suoi risvolti meno edificanti, non soltanto ai lustrini e alle schiacciate ad effetto.


lunedì 22 aprile 2013

Tribeca Day 5 - Il grande ritorno di Neil LaBute

Era dai tempi del clamoroso esordio de Nella società degli uomini che Neil LaBute non realizzava un'opera cosí meticolosa e dura nell'esplorare la psicologia umana. L'idea di base del suo nuovo Some Velvet Morning è tanto semplice quanto tagliente. Una giovane donna, la visita inaspettata di un suo ex amante, una mattina spesa dentro casa in un gioco al massacro emotivo e psicologico. Niente fronzoli, nessuna concessione allo spettacolo, soltanto la realtà e la crudezza della condizione umana. Un grandioso Stanley Tucci (poteva essere altrimenti?) e la sorprendetente Alice Eve portano sulle spalle questo film da camera preciso, doloroso ed elegante. Ancora una volta il cinema di LaBute racconta che l'uomo è un essere sostanzialmente immaturo, feroce, votato all'autodistruzione quando si tratta di gestire i sentimenti. E la donna, anche nei momenti di massima frustrazione o fragilità, rimane comunque più lucida e controllata. A mio avviso una grande verità.

Del resto della quinta giornata del Tribeca Film Festival tutto o quasi è da buttare. Justin Long, in veste  di sceneggiatore e protagonista, si cuce fin troppo addosso il ruolo in A Case of You, commedia romantica tutta quasi ambientata a Williamsburg, il quartiere più "fichetto" di Brooklyn. Perché non tentare invece di uscire dagli schemi del giovane romantico e un po' goffo che tenta di conquistare la bella che crede inarrivabile? Quante volte l'abbiamo visto interpretare a Long? Anche perché stavolta a forza di accumulare troppe scene che ne mostrano l'inettitudine si finisce per reputare il suo personaggio più un cretino che un simpatico sprovveduto. Comunque sia, il film di Cat Koiro ha almeno il pregio di rendere più simpatica del solito Evan Rachel Wood. Cammeo sempre gustosissimo di Vince Vaugh, così come quello dell'impareggiabile Peter Dinklage.

Nient'altro che imbarazzante The Moment di Jane Weinstock. Dramma psicologico che sfocia ne thriller e vede coinvolte una fotografa di guerra, sua figlia e un ex-detenuto rinchiuso ingiustamente in carcere per cinque anni. Jennifer Jason Leigh è insostenibile nella parte principale, imbalsamata in un'espressione corrucciata che la rende ancora più antipatica del solito. Poco, ma davvero poco meglio fanno i pur scarsi Martin Henderson e Alia Shawkat. Melodramma polpettoso, flashback e costruzione narrativa a salti inutile, anzi dannosa, caratterizzazioni psicologiche e messa in scena rivedibile a voler essere buoni. Sarebbe stato meglio non presentarlo al Festival, ha abbassato da solo una media già non esaltante...

Ultimo lungometraggio di giornata il tedesco-irlandese Run and Jump di Steph Green, versione strampalata di Little Miss Sunshine, o almeno così a me è sembrato. Non completamente da buttare ma indeciso su che via prendere, quella della commedia gentile o del dramma a tinte forti. La seconda parte è poi estremamente dilatata e annacqua i toni e la bontà di scrittura di alcuni personaggi. Tra gli attori quel Will Forte che molti di noi amano al Saturday Night Live.


domenica 21 aprile 2013

Tribeca Day 4 - Naomi e le altre donne del festival

La quarta giornata del Tribeca Film Festival 2013 si è aperta con la bellissima sorpresa di Sunlight Jr. di Laurie Collyer, che qualche hanno fa ci aveva già regalato l'interessante Sherrybaby con Maggie Gyllenhaal. Sullo sfondo della perferia di una città della Florida si muove la vita di Melissa e Richie, coppia di dropout non più giovanissima. Lei con un passato di dipendenza dalle droghe lavora come cassiera in un mall, lui è costretto sulla sedia a rotelle e passa il tempo girovagando senza meta. I due si amano sinceramente, e quando arriva la notizia di un imminente bambino tentano di tutto per garantirgli una vita degna. Ma uscire dall'insicurezza e dalla povertà in America non è facile...
Bello spaccato di vita, mai pietistico o ricattatorio, tutt'altro. La sincerità dei personaggi e la delicatezza del racconto convincono in pieno, e proprio perché non eccessivamente drammatico Sunlight Jr. è ancora più toccante e preciso nel raccontare le difficoltà ma anche la voglia di vivere di chi sta in fondo alla scala sociale. Notevolissima prova d'attori per Matt Dillon, misuratissimo, e soprattutto per Naomi Watts: a quarantaquattro anni é senza dubbio l'attrice più sexy di Hollywood, coraggiosa e vera quando deve esporsi ma sempre incredibilmente misurata. La Watts è una grande attrice drammatica perché riesce a non esagerare mai, in qualsiasi parte o situazione si trovi a recitare. Un pregio raro e preziosissimo.

Secondo film di giornata la commedia drammatica The Pretty One dell'esordiente Jenée LaMarque. Protagonista quella Zoe Kazan che abbiamo già apprezzato anche in Italia con Ruby Sparks. Difficile raccontare la trama senza cadere nello spoiler, quindi vi diremo soltanto che si tratta di una storia d'amore, di scambio di personalità, di accettazione del lutto e di molto altro. Alcune trovate sono molto divertenti, altre dolcissime, la Kazan è naturalmente simpatica e perfetta per il ruolo, anche se già sembra stia cadendo un po' nel cliché modaiolo/svampito in cui è precipitata ad esempio Zooey Deschanel, con mio tragico disappunto. Per fortunaZoe sembra avere anche qualcosa in comune con il talento di Lena Dunham, quella di Tiny Furniture e Girls, così  la speranza di staccarsi dalla retorica del "tipo fisso" ancora esiste. Staremo a vedere. Intanto The Pretty One la conferma come probabile promessa, vera forza di questo film carino insieme proprio a quel Jake Johnson che divide con la Deschanel la serie TV New Girl. Strani incroci.

Terzo e ultimo film del giorno Trust Me, secondo film da regista dell'attore Clark Gregg dopo il non riuscito Soffocare, tratto dal bel romanzo di Chuck Palahniuk. Stavolta siamo alle prese con un agente hollywoodiano che come ultima speranza di affermazione si lancia su una giovanissima di sicuro talento, pronto a vedere la sua anima per farle firmare un contratto per una saga sci-fi stile Twilight. Tra concorrenza spietata, produttrici-squalo e intrighi romantici, l'agente dovrà perdere e ritrovare se stesso per riuscire (o meno) nel proprio intento. Strano film Trust Me: è un ritratto spietato del mondo che gravita dietro i riflettori e i lustrini dello star syste, impetoso e poi subito dopo superficiale. La trama è interessante ma si perde a tratti in inutili colpi di scena nel finale. Cregg è volenteroso ma come regista sembra abbastanza acerbo. A sollevare le sorti del film un cast di donne meraviglioso: Felicity Huffman, la mia adorata Allison Janney (bravissima in due o tre scene al massimo) e una magnifica Amanda Peet, finalmente con un ruolo significativo in un lungometraggio. Anche se ondivago, forse un po' troppo, Trust Me non merita di essere bocciato poiché possiede un suo indecifrabile fascino.