Woody Allen is no more the innovative, outstanding director who realized masterpieces like Annie Hall, Manhattan, Zelig, Radio Days, Crimes and Misdemeanors, Shadows and Fog (in my opinion his last great movie). Those times are gone.
What can we axpect from him then? Pretty decent works like Match Point or Midnight in Paris, perhaps inspired comedies like The Curse of the Jade Scorpion, even bittersweet stories like Whatever Works.
With Blue Jasmine Woody has done something which belongs to his past and, at the same time, is new and refreshing. The story of this wealthy woman, used to every kind of luxury, who suddenly loses everything and is forced to move to her sister's poor apartment in San Francisco, is nothing really new to him. But the director, painting this deep and moving fragile woman's portrait, has achieved the intensity of his best dramas. Jasmine's character is problematic, charming, sometimes miserable. Behind her good looks and her elegance the pain of loss (not only wealth) is painfully hidden, wasting a fragile mind like hers. Cate Blanchett is simply perfect at showing all the sides of this woman. She reminded me Gena Rowlands best performances: A Woman Under the Influence, Opening Night, Gloria. Cate deserves an Academy Award nomination for this role, no boubt about that. Sally Hawkins is a wonderful supporting actress as well. Blue Jasmine in some ways talks about an America that is in trouble, that has made mistakes and can't hide anymore behind her financial power. And without money and luxury, just like Jasmine, America is likely to lose her identity...
Poteva uscirne fuori un film di denuncia davvero intrigante, e invece il lavoro del regista Zat Batmangij e dell'attrice e sceneggiatrice Brit Marling risulta un melodramma che promette ma non mantiene. Prima di tutto perché a convincere soltanto a tratti è proprio il gruppo di eco-terroristi al centro della vicenda. Le motivazioni dei suoi membri sono deboli o ancor peggio retoriche, spesso ispirate a storie di frustrazione personale o desiderio di vendetta. Le loro azioni non regalano mai allo spettatore la sensazione che stiano per fare qualcosa di pericoloso o realmente esemplare. Data questa premessa tenue tutto di conseguenza si annacqua, ed è un peccato perché nella prima parte la figura della protagonista è veramente azzeccata. Brit Marling si costruisce addosso un personaggio secco, preciso, che si adatta benissimo al suo stile di recitazione trattenuto. Dopo Another Earth e Sound of My Voice si conferma un talento da tenere senz'altro d'occhio.
Peggio di lei fanno Ellen Page e Alexander Skarsgård, impantanati in ruoli più stereotipati. Dal canto suo Batmangij mette il tutto in scena in maniera abbastanza convenzionale, non sfruttando con originalità alcune buone trovate di storia e la performance della Marling e di una grande spalla come Patricia Clarkson. La delusione non è totale, ma The East non merita comunque la sufficienza nonostante le premesse potenzialmente intriganti.
Il cinema di M. Night Shyamalan è cambiato dai tempi di The Sixth Sense, e in maniera probabilmente definitiva. Bisogna prenderne atto e lasciare da parte confronti a mio avviso fuorvianti rispetto al discorso che il cineasta sta portando avanti. Dopo il rovescio di E venne il giorno (secondo me il suo unico film difficilmente salvabile) e l'escursione quasi fanciullesca de L'ultimo dominatore dell'aria, eccolo tornare ad esplorare la fantascienza con l'arma che sa costruire e adoperare meglio: i personaggi. Ogni grande ritratto umano dipinto da Shyamalan ha una backstory che lo rende prezioso e insieme doloroso: lo psicologo di The Sixth Sense, la coppia di rivali di Unbreakable, il prete di Signs, il gruppo di The Village e il mio preferito, il Cleveland Heep di Lady in the Water. Cypher e Kitai, padre e figlio di After Earth, non fanno eccezione: un rapporto difficile, inaridito dalla lontananza, corroso dal dolore. Will Smith e suo figlio Jaden lo esplorano con pienezza, lavorano sui silenzi e sulla fisicità che la loro differente età ed esperienza comportano. Will in particolare è arcigno e insieme umanissimo, la sua figura è senz'altro quella più toccante delle due e l'attore la caratterizza con notevole verosimiglianza.
Il non detto in After Earth è più importante delle parole, ed è ciò che lega i due personaggi principali con un filo sottile ma potente, ma soprattutto emozionante. Shyamalan costruisce un'opera che cerca l'eleganza visiva senza puntare per forza all'originalità. I tempi delle sorprese narrative saranno anche passati, ma la volontà di dare un cuore pulsante ai suoi eroi è sempre presente ed efficace. Il film ha ovviamente dei difetti, alcune banalità nel sottotesto ecologista e una discreta dose di retorica, ma non merita assolutamente le stroncature ottenute negli Stati Uniti, tutt'altro. C'è chi ha messo il luce come la storia sia più che accostabile alla dottrina di Scientology di cui Will Smith a detta di molti è seguace. Possibile, anzi a ben vedere abbastanza probabile. Comunque non più di quanto a mio avviso lo era la trama di Hancock. La questione non mi rende certamente entusiasta, ma ciò non toglie che After Earth sia comunque a tratti vibrante.
A impreziosire poi una confezione già valevole ci sono le musiche del solito, straordinario James Newton Howard. Il lavoro sulle percussioni e sulla loro potenza espressiva ricorda quello vigoroso di Hans Zimmer, ma in più il collaboratore abituale di Shyamalan adopera come sempre gli archi con una dolcezza ancora insuperata. After Earth ha una magnifica colonna sonora, senz'altro differente da quella malinconica e cristallina di The Village o Lady in the Water ma allo stesso tempo piena di rimandi e di fascinazioni sonore. Arte della musica, non c'è dubbio.
Crescere non è mai una cosa facile.
Il percorso di avvicinamento al mondo adulto richiede molto spesso un sacrificio importante. Ci si deve lasciare alle spalle l'infanzia, periodo magico ma anche potenziale fonte di insicurezza e profondo dolore. L'adolescenza può essere inoltre il momento della ribellione, magari da un padre troppo stronzo perché non riesce ancora a metabolizzare la morte della moglie, oppure da genitori troppo perfetti che però hanno staccato la spina del vero ascolto nei confronti di loro figlio. Questo esperiscono i ragazzi di The Kings of Summer, i quali scelgono di fuggire dalle regole loro imposte e tornare alla natura, dove saranno loro a stabilire cosa è giusto e cosa non lo è. L'assunto principale del film diretto da Jordan Vogt-Roberts non è nuovissimo, così come il suo sviluppo. L'interesse primo nell'approccio a quest'opera sta però nella messa in scena, la quale anche se viziata da alcune ingenuità stilistiche riesce a mettere in scena l'età complicata dei protagonisti e la loro condizione attraverso un sottile ma palpabile velo di inquietudine.
Ci troviamo di fronte a una commedia, non c'è alcun dubbio, e la maggior parte dei personaggi di contorno ce lo ricordano continuamente e con ilare efficacia. Però allo stesso tempo assistiamo a un film sulla crescita, sulla privazione e sull'accettazione della finitezza umana, e non sono questioni che il film prende alla leggera, tutt'altro. La delicatezza del tocco non diventa mai mielosa, la storia procede su binari conosciuti ma solidi ed emozionanti, l'alchimia tra i tre giovani protagonisti Nick Robinson, Michael Basso e uno strepitoso Moises Arias è notevole. The Kings of Summer è in realtà un melodramma travestito da commmdia giovanile, un vero e proprio coming-of-age movie dove la malinconia si cela dietro ogni risata, senza però per questo renderla amara. Bella sorpresa.
Non so se siete d'accordo ma la coppia Owen Wilson/Vince Vaughn con 2 Single a nozze ci aveva regalato una delle commedie più frizzanti e corrosive degli ultimi anni. In America si rivelò un successo clamoroso, sfondando abbondantemente il tetto dei duecento milioni di dollari d'incasso.
A distanza di otto anni i due attori tornano insieme per un prodotto che soltanto in apparenza rimanda a quello precedente. A ben vedere infatti Gli stagisti è una commedia molto più edificante di quanto non si possa immaginare vedendo il trailer. Ma questo non è assolutamente un difetto, tutt'altro. Sfruttando l'idea classica di una coppia di "svitati" piazzata in un ambiente che non compete loro neppure minimamente, Shawn Levy costruisce un film perfetto per far osrridere e strizzare l'occhio ai più giovani, ma anche adatto a quel pubblico adulto che probabilmente cerca in questo tipo di prodotti magari delle connessioni più forti che il solo divertimento. E allora cosa meglio di due uomini che perdono il lavoro e tentano di reinventarsi dentro la più grossa macchina di comunicazione del mondo, Google?
Il regista è quello di Una notte al museo, sa perfettamente come gestire questo tipo di produzioni. Lo dimostra in pieno questo film, cadenzato secondo un ritmo che sa quando accelerare con scene spassose e quando invece concedere spazio ai sentimenti più romantici o edificanti. Il confronto generazionale tra i due "mammuth" Wilson/Vaughn e i nuovi supernerd che come loro tentano la strada dell'interniship per garantisri un futuro (che arma tremenda lo stege...) è molto ben definito, così come l'immancabile love story. Il resto lo fanno i due protagonisti affitatatissimi. Non me ne voglia il buon Owen, ma per me il grande mattatore rimane Vince Vaughn con la sua fisicità esibita e la sua innata simpatia.
Merita di essere visto Gli stagisti, perché concede risate sincere e lascia lo spettatore con il dolce sapore - anche un po' zuccheroso, perché no? - della buona commedia classica. Forse non è dirompente come 2 Single a nozze, ma quella come detto all'inizio era un'altra idea di commedia. E soprattutto erano altri tempi...
Vedere un buddy-movie al femminile non è cosa insolita. Vedere però le due protagoniste in ruoli da maschiaccio è tutt'altra faccenda. Questa è la peculiarità principale di The Heat, nuova collaborazione tra il regista Paul Feig e la nuova star comica Melissa McCarthy dopo il successo clamoroso di Bridesmaids. Ad aggiungersi alla coppia questa volta è Sandra Bullock, agente dell'F.B.I. assolutamente competente ma con qualche leggerissimo problema a lavorare con i colleghi. Cosa può succedere se allora viene trasferita da New York a Boston e deve collaborare con la più volgare e sbrigativa dei poliziotti, la McCarthy appunto?
Rispetto alla media delle commedie ridanciane e sguaiate a cui abbiamo assitito negli ultimi anni The Heat possiede qualcosa in più: le gags sono inserite in un contesto narrativo che conferisce loro maggiore efficacia, anche a quelle più feroci e forzate. Feig sa benissimo come assecondare la comicità delle sue protagoniste senza sovrapporre loro una messa in scena invasiva, tutt'altro. Aveva già dimostrato questa sensibilità in Bridesmaids, la conferma in pieno in questo nuovo lungometraggio. Il resto lo fa una sceneggiatura briosa e ben orchestrata tra momenti comici divertentissimi e altri più morbidi, dedicati ai buoni sentimenti. Tutto questo è ovviamente al servizio della Bullock e della McCarthy, perfette nel creare una notevole alchimia. Tra le due svetta comunque la seconda, che rispetto al meno riuscito Identity Thief (Io sono tu) dimostra di star crescendo come attrice, soprattutto nel contenere la sua naturale forza ilare e miscelarla con una sensibilità più soffusa.
Senza essere un film memorabile The Heat si conferma però un prodotto di puro intrattenimento più che competente: il segreto di questo tipo di produzioni è stare incollato alle caapcità degli attori, e Paul Feig svolge il proprio lavoro con lodevole diligenza. Il resto è divertimento, che in alcune scene diventa vera e propria comicità irresistibile.
Anche il pittoresco Michael Bay una volta tanto ha deciso di uscire dallo schema produttivo dei suoi ridondanti blockbuster e concedersi un film "piccolino" da soltanto 26 miloni di dollari di budget. Per farlo è tornato in quella Miami scintillante e posticcia teatro del film che ne aveva lanciato la carriera, Bad Boys. Ma al contrario della fracassona coppia di poliziotti formata da Will Smith e Martin Lawrence stavolta i personaggi che Bay mette in scena sono veramente cattivi ragazzi. La storia è quella realmente accaduta di Daniel Lugo, sciroccato fanatico del fitnenss che, per correre dietro alla sua personale visione del sogno americano, rapisce un antipaticissimo arricchito del luogo per intascare il riscatto insieme ai complici Paul Doyle e Adrian Doorbal. Siccome si tratta di tre palestrati accecati dal miraggio dei soldi facili e della vita lussuosa, talmente imbecilli che neanche i fratelliCoen sarebbero riusciti a inventarseli, il piano criminoso avrà le ovvie conseguenze impreviste...
Siamo come detto a Miami, in pieni anni '90: vi lascio immaginare quanto Bay si sia divertito a sguazzare nell'estetica pacchiana di quel per periodo. Pain and Gain è un frullato fosforescente di colori sgargianti, luci fiammeggianti, musica rozza e macchine lussuose. Niente di nuovo sotto questo punto di vista: il cinema di Bay è sempre quello, mantiene e stesse coordinate stilistiche che si tratti di un film da 300 milioni di dollari o di uno a budget più contenuto. Lo si deve accettare per quello che è, intrattenimento coattissimo. Anche la sceneggiatura non propone psicologie sottili o una trama organizzata con sapienza, ma corre dietro alle folli idee di questi tre sgangherati criminali.
Dietro all'ostentata cafonaggine della messa in scena però Pain and Gain possiede una strana, interessante vena anrchica che, quando sfocia esplicitamente nella commedia nerissima, accende nello spettatore la scintilla dell'interesse. Bay, che anche se lo volesse non riuscirebbe a lavorare in sottigliezza - e ovviamente non l'ha mai voluto - non risparmia alcuni momenti di seria follia cinematografica, tanto scorretta da diventare beatamente ilare. Mark Wahlberg, Dwayne Johnson e Anthony Mackie gli vanno dietro con un'incoscenza che a tratti ha del sublime. Certo, se il regista e gli attori avessero saputo dosare i toni, il risultato sarebbe stato ben più efficace.Il film rimane in questo modo sospeso a mezz'aria: non è un action-movie classico, non è una commediaccia al vetriolo sulla stupidità umana, non è una velenosa critica sociale del sistema di vita americano. O forse è tutte e tre queste cose, ingredienti aggiunti a palate invece che mescolati con sapienza. E' Michael Bay, non ci si può né deve aspettare finezza....
Lo ammetto: sono rimasto piacevolmente sorpreso da questo terzo capitolo delle avventure di Tony Stark e del suo supereroe robottizzato. Shane Black - già autore proprio insieme a Robert Downey Jr. di un piccolo cult come Kiss Kiss, Bang Bang - ha completamente ribaltato le premesse che mi avevano fatto cordialmente detestare il primo episodio, blockbuster che avevo trovato pesantissimo nel suo essere filoamericano. Se ricordate bene, per tutta la prima metà del primo Iron Man Tony Stark e tutti quelli che gli giravano intorno andavano ripetendo ogni cinque minuti il concetto che "Ottieni la pace soltanto se hai l'arma più grossa". Il consenso neppure troppo sotterraneo alla politica interventista (si potrebbe addirittura osar dire colonialista, no?) degli Stati Uniti veniva sbattuto in faccia al pubblico con una sfrontatezza che aveva del grossolano. Anche se divertente come solito giocattolone hi-tech, quel lungometraggio mi aveva irritato non poco, nonostante la presenza dell'idolo Jeff Bridges.
Adesso invece il messaggio preciso e perfettamente sviluppato di Iron Man 3 è "Siamo noi a crearci i nostri demoni". E il film racconta con lungimiranza proprio questo, di un eroe (specchio di una nazione, inutile fa finta di no) che deve fare i conti con le proprie paure, soprattutto quelle autoindotte. Senza voler fare assolutamente alcuno spolier, vorrei far arrivare ai lettori l'idea che Iron Man 3 riflette con arguzia su un'America terorizzata da nemici virtuali, da spauracchi che andrebbero visti e analizzati alla luce di ben altre prospettive. Il Mandarino di Ben Kingsley esteticamente rimanda alla figura dei tanto demonizzati terroristi mediorientali, e secondo me non è assolutamente una coincidenza. Lo sviluppo della trama getta degli interrogativi che, se letti appunto come metafore dell'isteria di massa tutta americana e come un'analisi che andrebbe seriamente condotta su come si è arrivati a questo stato di tensione sociopolitica, sono tutt'altro che scontate. Il seme del dubbio che Iron Man 3 pianta lo rende un film molto più politico e intelligente di quanto avrei mai potuto immaginare dopo i primi due episodi. Bravo Shane Black.
Ma ovviamente bisogna parlare anche dello spettacolo, che è in linea con quanto il franchise ha settato in questi anni. Visivamente Iron Man 3 non è eccelso, in alcuni momenti gli effetti speciali sembrano anche piuttosto tirati via. Però ha un buon ritmo, momenti che superano la facile ilarità per diventare veramente divertenti (inchino meritatissimo a Sir Ben Kingsley), un finale intelligente che riserva un ruolo più corposo e gagliardo a Gwyneth Paltrow. Finalmente vediamo Pepper tirare cazzotti, e che cazzotti! Purtroppo la patina vagamente retrò non sempre coglie nel segno, soprattutto nei pessimi flashback. Altro nota ahimé dolente l'interpretazione macchiettistica di Guy Pearce, davvero insostenibile. Rebecca Hall è come al solito bellissima da ammirare, ma come attrice non sta progredendo, anzi.
Andate a vedere quindi Iron Man 3, gustatevelo con il popcorn e la Coca-Cola come merita, ma tornando a casa pensate un po' a cosa avete visto e cosa vi ha raccontato dell'America di oggi. Scoprirete un lato nascosto del film che probabilmente ve lo renderà un pizzico più prezioso.
Sul dorso della mia mano destra pochi mesi fa ho impresso l'ultimo dei miei quattro tatuaggi: 91.
E' il numero di maglia di Dennis Rodman nei tre anni in cui ha giocato con i Chicago Bulls. Per me quel numero vuol dire una cosa soltanto: volontà. Chi come me ha visto giocare Rodman, a Chicago come a Detroit, ha visto una mente e un cuore che hanno saputo essere più grandi degli ostacoli tecnici o fisici che una gara ha loro meso di fronte.
Chiunque sia un vero appassionato di sport, di qualsiasi sport, vi racconterà che un numero di maglia significa davvero tanto per chi la indossa e per chi la ama dagli spalti o davanti alla TV.
Questo per introdurre 42, numero ben più leggendario del mio adorato 91. E' infati la maglia indossata da Jackie Robinson il 15 aprile 1947, quando esordì nella squadra di baseball dei Brooklyn Dodgers.
Il primo giocatore di colore a giocare nella Major League, sfidando e battendo il razzismo americano del Dopoguerra.
Ecco quindi i tre elementi di 42: 1 - Una leggenda sportiva. 2 - Lo sport più "filosofico" praticato in America. 3 - Un narratore come Brian Helgeland che quando vuole sa essere sopraffino. Per chi non lo ricrodasse ha scritto insieme a Curtis HansonL.A.Confidential (Oscar per l'adattamento) e per Clint EastwoodMystic River (solo nomination, ma la statuetta l'avrebbe strameritata). Bastano come biglietti da visita?
Con 42 Helgeland realizza quello che ogni cineasta mediamente talentuoso ma arguto avrebbe fatto: costruisce l'epica americana come il pubblico l'aspetta. La parabola di Robinson è cadenzata in maniera che più classica non si potrebbe, e per questo funziona a dovere. Poche sbavature, pochissime lentezze, alcuni momenti che inevitabilmente ti gonfiano il petto e ti fanno sentire fiero di vivere a Brooklyn, dove quegli eventi hanno avuto luogo. A completare l'opera un gruppo d'attori che incarnano i più classici volti e caratteri americani, con in testa un Harrison Ford (Branch Rickey, il team executive che volle a tutti i costi Robinson ai Dodgers) che non mi sorprenderei di vedere in lizza per l'Oscar come non protagonista il prossimo anno.
Niente di nuovo sotto il sole si potrà obiettare al film, ma a mio avviso sarebbe un errore farlo: l'epica hollywoodiana non vuole novità ma pretende efficacia, fluidità, senso dello spettacolo capace di veicolare il messaggio. Perché, non dimentichiamocelo, 42 parla prima e soprattutto di razzismo e dello sportivo che ha osato sfidarlo su un campo fondamentale per la cultura e la società americana: il diamante del baseball. La grandezza del cinema statunitense è che anche quando vuole incensare i suoi eroi come è stato Jackie Robinson non ha paura di farlo raccontando il lato oscuro dell'american dream. 42 è dunque un film bello e importante, uno spettacolo edificante e sinceramente commovente. Quando uscirà in Italia andatevelo a vedere, conoscerete probabilmente un po' meglio la storia dello sport americano, e ne vale assolutamente la pena.
P.S. - Per un gioco di coincidenze, se si ribalta il numero 42 ne vien fuori 24, altro numero a me caro quanto pochissimi altri. E' la maglia di un campione assoluto, una mente di basket feroce quanto quella di Dennis Rodman, ma con un talento cristallino come quello di Michael Jordan. Un campione che merita di finire la propria carriera su un campo. Io ti aspetto Kobe.
In un'epoca cinematografica (e non solo...) in cui quasi ogni discorso viene mescolato, centrifugato, sottomesso a nuove regole estetiche e narrative, non abbiamo perso forse qualcosa? Tipo la chiarezza e la linearità? Il dubbio potrebbe essere implausibile, per carità, ma non credo illegittimo.
Andando a vedere Disconnect mi sono trovato di fronte a un film a tesi, che la esplicita fin dalle prime scene senza temere di essere retorico: l'odierna civilità tecnologica, dove (non) si comunica attraverso l'oggetto invece che attraverso il contatto umano, sta portando alla confusione e al distacco. Per raccontare questo, quattro storie di vita più o meno ordinaria si intrecciano sullo sfondo di un universo malinconico, quasi desolato nella sua freddezza. Esordio alla regia del documentarista Henry Alex Rubin, Disconnect si affida a una trama composita - scritta da Andrew Stern - che più degli sviluppi narrativi, quasi tutti comunque efficaci - vuole dipingere la tristezza pacata e rinunciataria di un'umanità apparentemente non più in grado di trovare e provare empatia. Ogni personaggio è presentato come solo, slegato, anche se si tratta di un padre, di un marito, di una figlia.
Tornando al punto di partenza non sarebbe improprio parlare di un film retorico, che vuole veicolare un messaggio attraverso un discorso filmico e narratologico anche didascalico. Il fatto però è che tale discorso colpisce, arriva al punto, soprattutto permette di riflettere. Forse essere "disconnessi" non consiste soltanto in esempi radicali di dipendenza da social network, tecnologia e via dicendo. Condito con una bella colonna sonora, lucido nel non cadere in risposte preconfezionate (la forza aventualmente è nelle domane che il film propone), Disconnect è un prodotto che merita una visione aperta e propositiva.
Forse la vera mancanza, il vero logorio dell'attitudine verso il prossimo è proprio nei piccoli gesti invece di quelli più eclatanti. Dove il film infatti colpisce maggiormente non è nelle scene-madre ma nella delineazione dei caratteri meno "forti", come quello del padre Rich Boyd che dopo essere caduto nel dramma tenta di ristabilire appunto una connessione col mondo che lo circonda. Non tutto funziona alla perfezione nel film - la storia che vede protagonisti Alexander Skarsgård e Paula Patton è decisamente meno efficace delle altre - ma la sincerità e il pudore con cui Rubin mette in scena la sua tesi sono ammirevoli e oinvolgenti.
Abbastanza efficace il cast, su cui svetta il mio "pupillo" Jason Bateman, qui alla sua prima prova realmente drammatica. L'attore c'è ed è sempre più bravo a dare anima all'uomo comune, cosa non tutti sono capaci di fare. A lui l'applauso più convinto.
Uno dei punti di forza del cinema di Danny Boyle è sempre stato quello di possedere una leggerezza vitale e corrosiva, anche quando ha trattato temi e toni decisamente più forti. La capacità della sua idea di messa in scena di "giocare" col testo a disposizione gli ha permesso di muoversi con coraggio e una soffusa vena anarchica dentro equilibri precari ma affascinanti. Penso a Trainspotting prima di tutto, e non potrebbe essere altrimenti. Ma anche a 28 Giorni dopo, The Millionaire e 127 Ore.
Allo stesso tempo, la fragilità delle sue opere meno riuscite sta proprio nel fatto che Boyle, qualche volta, non sembra capire neppure lui quando e quanto prendersi sul serio.
Quest'ultimo Trance mi pare un esempio piuttosto lampante: si parte con una premessa che è quella del più classico heist-movie. Poi la si condisce con l'idea decisamente intrigante della terapia dell'ipnosi. Di bene in meglio.
Per la prima mezz'ora almeno, pur senza essere un film particolarmente originale, Trance si muove spigliato e sbarazzino, intrattenendo col solito gusto visivo di Boyle. Man mano che la storia procede si intuisce però l'idea rivedibile di voler complicare a tutti i costi la trama, principalmente riguardo ai rapporti tra i tre personaggi principali. Questo, seppur non particolarmente auspicabile, non sarebbe stato neppure esageratamente pesante se il regista contemporaneamente non avesse scelto di incupire inutilmente il tono del film. Mentre procediamo verso la (cervellotica) soluzione finale, Trance diventa un melodramma fosco e incoerente, pieno di cambi di prospettiva che in nessun modo sono giustificati dalla trama precedente. Perché? Perché non lasciarlo allo stato brioso e leggero con cui era partito? Boyle si scava la fossa nel voler problematizzare e rendere "serio" il suo film - procedimento stranamente contrario a quanto ha sempre fatto - quando invece finisce per pasticciarlo e appesantirlo oltre il dovuto. Quella che sembrava essere inziata come una scampagnata solare e ritmata finisce per essere una lugubre gita in luoghi oscuri.
Come al solito, l'ultima considerazione va agli attori, che ho trovato piuttosto innocui. A Vincent Cassell è stato affidato il ruolo del criminale anche violento che però possiede sia fascino che eleganza. BASTA!!! Un altra parte come questa e penso vincerà il tostapane come il Daniel Kaffee di Codice d'onore. James McAvoy è sempre simpatico e sempre inconsistente: la sua idea di "maturazione" per questo film sembrava quella di lasciarsi crescere delle basette rossiccie. Pochino. Rosario Dawson è come al solito mostruosamente sexy, ma è credibile come terapista dell'ipnosi quanto lo sono io come giocatore di basket: 1,76m per 103kg l'ultima volta che sono salito su una bilancia. Mi sono spiegato?
Caro Danny, non aver paura di tornare ad essere leggero e gioiosamente irriverente! Mi riviene in mente un gioiellino di comicità corrosiva come Piccoli omicidi tra amici, se non sbaglio proprio l'esordio. Non si poteva tornare agli antipodi senza dover per forza complicare tutto con lo spessore? I film sono anche semplice, superficiale divertimento qualche volta. Proprio tu dovresti saperlo molto meglio di tanti altri...
Così andrebbero fatti i remake!
Si comprende lo spirito dell'originale e si tenta di riproporne l'essenza, aggiornata per quanto possibile alle dinamiche del cinema contemporaneo. Cosa aveva di speciale il mitico La casa (Evil Dead) di Sam Raimi? La vena iconoclasta, la ruvidezza vitale del gore, la fantasia nell'uso smodato dei effetti speciali baroccamente artigianali. Se pensiamo che tra la fine degli ani '70 e l'inizio degli '80 il cinema fantastico aveva prodotto le innovazioni visive di George Lucas e Steven Spielberg, e ancora prima proprio l'horror aveva trovato la sua sacrisanta glorificazione "alta" con L'esorcista di William Friedkin, gli effettacci alla salsa di pomodoro e purea di patate di Sam Raimi hanno rappresentato davvero una fiammata di anarchia dell'immagine. L'horror riportato al B-movie, libero da condizionamenti produttivi, anzi stimolato a sperimentare.
L'uruguaino Fede Alvarez sapeva benissimo di non poter competere con il capolavoro originale, allora ha scelto di restituirne con intelligenza il succo: in un'epoca in cui il CGI ha ormai sostituito definitivamente i "vecchi" f/x anche nell'horror - ma in molti casi a mio avviso ancora non ne è riuscito a riprodurre la consistenza - Alvarez è tornato al trucco classico, ancora una volta perfetto ed efficacissimo quando ci si deve immergere nel gore. Il risultato è denso, sfrontatamente sanguigno.
Per il resto attenzione alle coordinate del passato, per carità, ma non ossequioso e sterile ricalco. Ecco quindi che lo spettatore sa benissimo di trovarsi dentro i luoghi già esplorati ed amati di un tempo, ma ci arriva attravrso strade nuove e una trama più costruita. Non potendo puntare sulla novità si cerca l'efficacia dell'effetto, e in molti casi si fa centro: Evil Dead ha una prima parte ben ritmata, tesa e in un paio di momenti genuinamente spaventosa. Dopo qualche passaggio a vuoto negli snodi narrativi poi si lancia verso il finale eplicitamente gore, senza paura alcuna di spendere a livello viviso quanto il genere può ancora dare. Il risultato è frizzante, non innovativo ma almeno non è raccapricciante per il solo (gratuito) gusto di esserlo, nello stile inerme dei vari Saw o Hostel.
L'equilibrio trovato tra gli stilemi conclamati del primo La casa e la volontà di farne un film di genere diverso e (perché no?) personale è il punto forte del film di Alvarez. I cambiamenti non sono semplice desiderio di distaccarsi ma vengono inseriti con discreta intelligenza in una nuova impalcatura narrativa. Merito probabilmente anche della collaborazione alla sceneggiatura di Diablo Cody: non penso sia un caso lo spostamento degli equilibri dinamici dal primo film quasi tutto al maschile alla delineazione molto più femminile di questo nuovo. A proposito, brava Jane Levy! Ci voleva vero coraggio a passare dalle atmosfere giovanili di Suburgatory alla violenza anche concettuale del personaggio di Mia. Una bella sorpresa.
Questo dunque è il nuovo Evil Dead: ci si diverte, si salta in qualche occasione sulla poltrona e alla fine si digrignano i denti di fronte all'ondata di sangue che investe tutto e tutti.
E' questo l'horror che funziona! O sbaglio?
Il film uscirà il prossimo 9 maggio in Italia, distribuito dalla Warner Bros
Ero ahimé quasi sicuro che avrei dovuto riprendere il discorso fatto con Twilight. In questo caso comunque ribadire il concetto mi sembra quantomai importante. Repetita juvant.
La fondamentale forza propositiva del miglior horror e di molto cinema fantastico più in generale è stata quella di costringere il pubblico al contatto forzato con l'antagonista, un figura qussi sempre negativa o comunque differente dal comune essere umano e dalle sue regole civili e morali. Attraverso la messa in scena polimorfa del concetto malleabile di "Male" lo spettatore quasi per contrappasso poteva un tempo definire i confini tra giusto e sbagliato, buono e cattivo. In sostanza poteva operare delle distinzioni dopo essere venuto a contatto con qualcosa di estraneo alla sua filosofia. Ciò avveniva in ogni caso dopo un salutare confronto con "l'altro", in cui si stabilivano dei confini che servivano anche per una migliore definizione del proprio io.
La domanda che mi pongo è la seguente: se al pubblico più giovane adesso viene proposta la figura di vampiro che si differenzia dall'umano soltanto perché brilla al sole, oppure quella di un alieno che ha come unico tratto distintivo degli sfavillanti occhi azzurri, quale salutare confronto sarà mai possibile?
L'omologazione a standard innocui di qualsiasi possibile contraddittorio era la cosa peggiore che imputavo a Twilight, e The Host segue purtroppo la stessa linea di principio.
Anche se, questo va scritto a onor del vero, stavolta sarei maggiormente propenso ad incolpare lo sceneggiatore/regista Andrew Niccol che la scrittrice Stephenie Meyer. Un'esperta di letteratura "young adult" come la mia amica Kimberley Ross, anche lei presente alla proiezione del film, mi ha confermato che il romanzo stavolta problematizza con ben altra forza rispetto alla sua deludente trasposizione cinematografica. Perché in effetti - fattore per me del tutto sorprendente - nella prima mezz'ora The Host propone spunti di riflessione morali e filosofici del tutto sconosciuti alla saga di Edward e Bella: il libero arbitrio, la dualità dell'animo umano, la distinzione tra bene comune e necessità del singolo sono questioni che vengono più o meno esplicitamente tirate in ballo. Poi però il film per l'eccessiva preoccupazione di ingraziarsi il pubblico giovane facilitandogli il più possibile qualsiasi discorso, inizia a banalizzare tutto con scene superificiali e un uso criminale della voce interiore della protagonista Melanie. Se Niccol avesse ridotto almeno del 75% tale inutile senquenza di sottolineature, The Host sarebbe stato un film nettamente migliore. Altra questione: basta col telefonato triangolo amoroso se non è necessario allo sviluppo narrativo! Anche in questo caso poi la sottotrama romantica porta a delle scene di comicità gratuita, proprio come era successo con Twilight. I due protagonisti maschili del film, Max Irons e Jake Abel, sembrano inseriti nella storia quasi solo per limonare a turno con Melanie e ia suo alter-ego alieno. Alla faccia appunto del romanticismo...
Passando alla valutazione delle qualità più propriamente estetiche di The Host, la cosa migliore sono senza dubbio le belle musiche del brasiliano Antonio Pinto, le quali accostate alle fascinose immagini del deserto creano uno stridore originale, a tratti addirittura poetico. Il resto è una riproposizione scenografica abbastanza stantìa di quanto il cinema di fantascienza abbinato all'utopia negativa ci ha già mostrato negli ultimi trent'anni. Niccol, cineasta che ogni tanto tira fuori qualche perla di finezza - Lord of War, la sceneggiatura di The Truman Show - ma che nella maggior parte dei casi ritengo sopravvalutato, avrebbe dovuto riguardasi con molta attenzione parecchi film che trattano con ben altra efficacia tematiche simili, su tutti il grande Essi vivono di John Carpenter.
Ultima, veloce considerazione sugli attori: William Hurt ancora oggi impreziosisce ogni singolo fotogramma in cui compare. Saoirse Ronan crescendo sembra aver parzialmente perso la freschezza e il notevole talento messo in mostra in Espiazione e Amabili resti. Le rimane comunque una discreta presenza scenica, ma da lei ci aspettiamo ben altre conferme da vera attrice.
Nella maggior parte dei casi i film che hanno come protagonista la magia riflettono sulla responsabilità della dissimulazione. Penso ad esempio a grandi film come The Prestige di Christopher Nolan, oppure Ombre e nebbia di Woody Allen. Recentemente l'ha fatto con grande finezza Il grande e potente Oz, e lo fa in maniera interessante anche The Incredible Burt Wonderstone.
Per ingannare il pubblico, per proporgli uno spettacolo che lo costringa a distorcere anche per un solo istante il senso della realtà, serve un codice morale. Quello che conta è rispettare chi si ha di fronte, garantendogli divertimento e stupore, veicolando però allo stesso tempo queste emozioni attraverso dei valori comunque positivi. Il film diretto da Don Scardino ha l'intelligenza portare avanti questo discorso in maniera piuttosto intrigante, grazie al rapporto d'amicizia tra Wonderstone e il suo trentennale partner Anton Marvelton, ma soprattutto attraverso la rivalità con l'astro nascente della magia Steve Gray, dissimulatore che invece va incontro al gusto sadico e ambiguamente voyeuristico delle folle.
Dietro la facciata della commedia ridanciana ecco che la riflessione su cosa significhi oggi fare spettacolo si rivela più profonda e sfaccettata di quanto ci si potesse aspettare da un prodotto del genere. Anche la sequenza finale propone degli spunti bizzarri sulla "disponibilità" del pubblico a farsi ingannare da chi lo fa per professione. The Incredible Burt Wonderstone sarebbe stato un film molto più riuscito se non si fosse concesso qualche scappatoia comica troppo facile, e alcuni momenti in cui le scene sono buttate a casaccio senza rispettare una trama ben organizzata. Scardino mette in scena il film senza infamia né lode, sbagliando i tempi e (stranamente) le luci di qualche sequenza ma trovando anche alcuni picchi molto frizzanti. Steve Carell non mi ha convinto del tutto, lo preferisco di gran lunga quando si prende un po' più sul serio e lavora sul lato malinconico del suo "tipo fisso". Una goduria assoluta sono i momenti in cui è davanti alla macchina da presa Alan Arkin, genio assoluto dell'arte della comicità. E finalmente anche Olivia Wilde, oltre al più bel volto dell'odierno panorama cinematografico americano, inizia a lasciar trasparire qualche indizio che potrebbe essere una vera attrice.
Distinto Signor Sam Raimi,
lei è un dannato geniaccio.
Il cinema di genere ha sempre saputo farlo, anche nelle sue opere meno riuscite.
Con Pronti a morire in particolar modo aveva anche lasciato intuire di poterlo omaggiare a modo suo.
Adesso con Il grande e potente Oz ha dimostrato di conoscerne ed amarne la storia.
Più di tutto però, e di questo al suo ultimo lavoro sarò eternamente grato, ha capito dove andare a cercare quello che a noi spettatori ormai troppo smaliziati un po' comincia a mancare: l'emozione legata alla sorpresa.
Grazie al digitale ormai sul grande schermo abbiamo visto praticamente tutto. Non penso esistano mondi immaginari che possano ancora rappresentare un momento di reale stupore per il pubblico che mediamente si accosta al fantastico. Dopo Matrix, Il Signore degli Anelli, Avatar, dopo il prodigio del 48fps de Lo Hobbit cos'altro può regalarci quel piccolo ma prezioso sentore di novità dello sguardo?
Raimi ci risponde con grande raffinatezza: la semplicità e la tradizione. Quali sono i momenti più emozionanti de Il grande e potente Oz? Non certo i paesaggi fantasmagorici, i setting spettacolari o gli effetti speciali funambolici. No, quelli come detto possiamo trovarne a carrettate in almeno una mezza dozzina di blockbuster hollywoodiani a stagione.
Una piccola, semplicissima bambolina di porcellana che parla e soffre come una qualsiasi bambina. Il bianco e nero del cinema degli albori. Il male che si manifesta attraverso la sua ombra proiettata sul muro. E poi, finalmente, la storia del cinema che esplode quando arriva la Strega Cattiva. Ecco da dove arriva lo stupore. E con esso il sentimento.
Raimi lavora con grande intelligenza sui dettagli, sulla coerenza interna a un prodotto che inevitabilmente avrebbe dovuto rimandare al tempo che fu. Evita il ricalco, si tiene lontano dalla ricerca inutile dell'effetto roboante, e si dedica invece a cercare appigli, spunti, riflessioni anche sorprendenti su cosa veramente significa emozione al cinema. In più di un'occasione Il grande e potente Oz è metafora, specchio, riflessione su cosa significhi incantare lo sguardo, e anche sulla responsabilità che tale potere comporta. A volerne scandagliare in profondità alcuni sottotesti, forse è addirittura un film che indaga la gestione del potere mediatico all'interno del sistema democratico occidentale (o della sua reale mancanza).
Il tocco cinefilo e veramente da inchino che però Sam Raimi ha pennellato in questo film è la gestione degli attori, che ha scelto di far recitare come si faceva una volta: non cercando la naturalezza ma al contrario l'eleganza, l'ironia, l'istrionismo controllato. A me il cast ha fatto venire in mente le commedie brillanti degli anni '40, quelle di Cuckor e Capra tanto per intenderci. James Franco, Michelle Williams e Rachel Weisz hanno risposto magnificamente, l'attore protagonista finalmente mi ha sorpreso in positivo. Mila Kunis è l'unica che all'inizio proprio mi è parsa non capirci nulla, salvo poi diventare il mito fondante di Oz.
Se non fosse per qualche lentezza e lungaggine nella prima parte, Il grande e potente Oz sarebbe stato da 9/10. E' un film acutissimo, sfrontato, arioso. E' cinema fantastico che sa dove cercare il contatto col pubblico, sfrutta senza ruffianeria le coordinate già imposte all'immaginario collettivo e le ripropone rimostrandone il cuore pulsante. Bello ma bello.
E nuovo.
Quando la ricercatezza della messa in scena - sia essa fatta di movimenti di macchina, ricerca cromatica o taglio dell'inquadratura - ti distraggono dalla presa emotiva della storia che un film sta raccontando, quasi sempre significa che c' qualcosa che non va. Questo è ciò che succede quasi immediatamente in Stoker, esperimento americano del grande "Old Boy" Park Chan-wook.
Lo spunto di partenza (sceneggiatura dell'attore Wentworth Miller, quesllo di Prison Break) vede chiuso dentro una ricca casa di campagnia un trio familiare piuttosto disfunzionale: figlia problematica, madre algida e zio - fratello del padre/marito appena morto - sbucato dal nulla.
Come ampiamente prevedibile i rapporti tra i vari protagonisti diventano sempre più conflittuali, le relazioni interpersonali si caricano di ambiguità, erotismo e violenza più o meno sopita diventano parte fondamentale del gioco al massacro. Insomma, niente di nuovo per questo tipo di drammi/thriller, e tanto meno per il cinema di Park Chan-wook, che fin dall'inizio si concede leziosismi visivi capaci magari di intrigare l'occhio dello spettatore per qualche scena, ma ben presto cominciano a sovrastare l'interesse per quello che sta accadendo sul grande schermo. Stoker così diventa una sequenza di belle immagini che però non costruiscono una trama interessante, anzi si dirigono verso l'esatto contrario. Alcune scene risultano addirittura confuse nella presentazione dei fatti, così come inutili nello sviluppo narrativo.
Stranamente poco efficace anche il trio d'attori principali: Matthew Goode, talentuoso ma decisamente discontinuo, si perde in un sorriso che vorrebbe essere minaccioso ma pare quasi sempre imbalsamato. La Kidman è quella che più o meno riesce a fornire una prova decente, anche se neppure lontanamente all'altezza dei suoi anni gloriosi. La delusione più grande però viene da Mia Wasikowska, fino ad oggi sempre convincente. Nel ruolo di India invece si dimostra pesantemente fuori parte, incapace di gestire i fremiti e l'ambiguità di una ragazza comunque complicata da delineare (lo script non l'aiuta c'è da dire...).
Alla fine si è dunque avverato quello che temevo: Park Chan-wook, come gli è capitato talvolta anche in alcuni suoi lavori precedenti, si è lasciato travolgere dal suo occhio cinematografico votato all'istrionismo e ha realizzato un'opera visivamente troppo carica, che diventa esagerata invece che elegante. Quando ogni scena viene girata come se fosse una scena-madre, spesso significa che di momenti veramente pregnanti non ce ne sono. E' purtroppo il caso di Stoker, ritratto color sangue della (solita?) famiglia americana.
Portate pure i vostri bambini (magari non proprio giovanissimi...) a vedere il nuovo film di Bryan Singer, oppure andateci col cuore leggero e pronto alla favola cinematografica, perché di vero e proprio spettacolo per famiglie si tratta. E questo lo scrivo con assolutamente nessuna connotazione negativa rispetto a Jack the Giant Slayer (Il cacciatore di giganti, 2013) . Il film è divertente, ben orchestrato a livello narrativo, azzeccato nell'ambientazione favolistica e con un personaggio magnetico, l'Elmont interpretato da un Ewan McGregor spigliato e leggero come ai bei tempi. Io mi sono divertito, ho passato quasi due ore in compagnia di figure simpatiche e avventura scanzonata. Ho apprezzato una messa in scena onesta e piuttosto accurata, che mi ha intrattenuto senza comunque impressionarmi. Ma ciò era ampiamente prevedibile: ormai questo tipo di fantasy, e soprattutto gli effetti speciali in esso contenuti, difficilmente possono ancora sorprendere dopo i prodigi tecnologici a cui abbiamo assitito negli ultimi dieci/quindici anni. Ormai la novità penso vada cercata altrove, non nella visione di qualcosa mai visto in preceenza sul grande schermo. Anzi, a pensarci bene, forse per tornare a sorprenderci dovremmo dirigerci nella direzione esattamente contraria...
Comunque, mi sto concedendo divagazioni concetuali che non sono appropriate a un lungometraggio che vuole esplicitamente essere intrattenimento leggero. Sotto questo punto di vista, Mr. Singer, missione compiuta. Certo, se poi si ha un minimo di memoria storica magari viene il dubbio che lo stesso regista di Public Access o de I soliti sospetti avrebbe potuto rendere più problematico e intrigante lo spettacolo. Magari il creatore dei primi due X-Men avrebbe potuto realizzare cinema d'intrattenimento più "adulto". Sono considerazioni che però potrebbero anche lasciare il tempo che trovano. A ben pensarci forse l'anima cinematografica di Bryan Singer è sempre stata smaccatamente mainstream più che vramente autoriale, e forse sotto questo punto di vista abbiamo un po' sopravvalutato i suoi primi film.
Insomma, Jack the Giant Slayer è un film quasi disneyano nel profondo, ma questo non significa che non sia divertente e realizzato con intelligenza. Non rimarrà nella mia personale storia del fantasy, ma di certo non ho buttato i soldi del biglietto.
Ultima considerazione sul cast: McGregor è soave ma lo avevo già scritto. Il protagonista Nicholas Hoult ha un bel faccino ma dopo Warm Bodies inizio a dubitare che non sia particolarmente espressivo. Bene Ian McShane, sottotono Stanley Tucci, fresca e molto carina la giovane Eleanor Tomlinson, che dovrebbe essere anche nel cast di Educazione siberiana di Gabriele Salvatores.