4WuZHVegXm1cjf7tl8WGMqKqxE0 LA FIAMMA DEL PECCATO: "I'm fine, just win the game" - Hoop Dreams for Kevin

lunedì 1 aprile 2013

"I'm fine, just win the game" - Hoop Dreams for Kevin

Lo scorso 31 marzo il mio amore ormai trentennale per il basket mi ha regalato nel giro di pochi minuti il peggio e successivamente il meglio che questo sport sa dare.
Lucas Oil Stadium, Indianapolis. Scontro diretto tra le università di Louisville e Duke per entrare nella Final Four del torneo NCAA, college basket. Cardinals vs. Blue Devils.
A circa cinque minuti dalla fine del primo tempo il ventenne Kevin Ware salta per ostacolare il tiro da tre di un avversario. Al momento di ritoccare terra la tibia e il perone della sua gamba destra si spezzano come due ramoscelli, senza che ci sia stato alcun impatto violento.
Per chi come me stava seguendo in diretta su Sky quella partita è stato un momento che difficilmente verrà dimenticato. Compagni in lacrime, avversari con le mani nei capelli, il silenzio pesantissimo di un'intera arena ammutolita. Anche professionisti veri come i commentatori della partita non sono riusciti o quasi a trattenere il dolore per quello che era appena successo.  
A un certo punto però noi telespettatori ci siamo accorti che c'era qualcuno che in quegli istanti terribili stava sorridendo, ed era proprio Kevin Ware. Stava cercando di tenere alto il morale dei suoi compagni, impegnati in quel match importantissimo. "Io sto bene, pensate a vincere la partita" le sue parole, ancora sdraiato a bordocampo. Incredibile: si sforzava di supportare coloro con cui stava condividendo molto più di un parquet. Perché, come ha dimostrato ieri questo ragazzo, lo sport quando praticato con dedizione sa creare comunione di intenti, spirito di sacrificio, attaccamento ai propri compagni e alla maglia uguale alla tua che anche loro indossano. C'è un detto bellissimo che appartiene al basket di college (cito a memoria): nell'NBA conta il nome che porti sulla schiena (il giocatore), al college quello che porti sul petto (il team). Il sorriso di Ware ieri notte ha reso il servigio più alto che un atleta possa tributare allo sport che pratica e ama.
Siccome questo è un blog che parla di cinema e tale vuole rimanere (anche se non soltanto), il mio personale omaggio a quel sorriso è la riproposizione di un grandissimo documentario dedicato al basket. Si tratta di Hoop Dreams, diretto nel 1994 da Steve James. Nelle quasi tre ore di durata del film viene raccontata la storia di due ragazzi, William Gates e Arthur Agee, teenager che vengono presi alla St. Joseph High school di Westchester, Illinois, dove giocano a basket con l'unico sogno di poter pestere un giorno i paequet dell'NBA. Da quel liceo, tanto per dire, è uscito uno dei grandi geni del basket moderno, quell'Isiah Thomas che è stato il "faro" dei Bad Boys di Detroit capaci di sconfiggere Michael Jordan, Magic Johnson e Larry Bird e vincere il titolo NBA nel 1989 e nel 1990. William e Arthur dunque, due giovani afroamericani accomunati dall'estrezione sociale - i sobborghi poveri di Chicago - ma differenti per tipo di gioco, abengazione, destino: uno di loro due infatti proprio al liceo subisce un brutto infortunio al ginocchio, che ne mina le possibilità di carriera. Quello che però Hoop Dreams ha raccontato con encomiabile sapienza è che l'amore per questo gioco e la volontà di andare oltre gli ostacoli può portare a grandi soddifazioni. Spesso a priscendere dal punteggio di una partita.
Sperando di rivedere Kevin Ware tornare a correre e saltare verso un canestro per i suoi Louisville Cardinals, vi consiglio quindi Hoop Dreams. Questo, come il sorriso di Kevin, è il cuore del basket.